Lui lo rispetterebbe se ci andassimo davanti per quel che siamo…

Ok. Provate a starmi dietro se ne avete voglia. Sarà un poco complicato.

Tutto nasce da una tavola da surf (da onda) e da un mare piatto che più piatto non si può. Sopra la tavola vi ci dovete figurare una quattordicenne perfettamente a suo agio con smartphone e social media. Perfettamente a suo agio nel tessuto sociale nel quale è inserita. Nel quale si è trovata inserita.

Così la testa corre via alla prima volta che ci sono salito sopra io. E la prima volta che ne sono sceso sfinito dal pagaiare senza senso contro un mare appena appena mosso.

Di mettersi in piedi neanche a parlarne.

Ma netta la sensazione di non aver bisogno d’altro. Quella sensazione di sufficienza che per molti significa onnipotenza. Una vera e propria Essenza. L’Essenza di te e del gesto e di quel momento in cui il gesto si compie. Fosse anche solo pagaiare verso il largo.

La sensazione, l’epifania, più volte poi mi si è ripresentata (per fortuna) e ancor più volte l’ho cercata. Magari in un bosco dove scompare ogni rumore che non sia il suono della Terra e della Natura che sopra ci vive. Magari quando la nebbia sulla cima di una vetta si dirada e ti mostra il tutt’intorno.

La montagna lo fa.

Ma in certi contesti è anche più facile. Non ci sono distrazioni ed è più facile “ascoltarsi”.

Più difficile quando la sufficienza, l’Essenza, ti si mostra in un comportamento altrui. O in una tua reazione. Di quelle senza senso che non faresti mai, ma che ti nascono dal cuore ed arrivano fino alle corde vocali o al braccio. Senza medium. Senza freni. Che loro ci avrebbero pure provato -i freni intendo- ma mica hanno fatto in tempo.

Quando ti si mostra nella purezza di un gesto. O di una parola che lacera l’aria e l’orecchio che la sente.

La semplicità intendo di essere e non avere.

Bella frase stra-sentita. Ed allora diciamo che ti capitano tre ragazzi coi capelli rasati che mettono in mezzo un pischello dentro la metro. Pensi siano naziskin o individui con problemi?

Non è il discorso sulle apparenze ma quello sul superamento di tante e troppe categorie che nelle generazioni abbiamo affibbiato a tutti e tutto. Per guardare ad una persona per quel che è realmente. Guardare a noi stessi per quel che siamo realmente.

A quello che che possiamo fare, se vogliamo fare.

Senza pensare se è un naziskin o non lo è.

Il ragionamento alla fine è anche paraculo perché ti permette di affrontare certi argomenti che di per sé sarebbero anche scottanti. Scomodi.

Parlare di immigrazione, perché puoi sostenere che trattasi di esseri umani e che vanno comunque aiutati. Ma che se c’è chi delinque parimenti deve sottostare alle leggi che ci siamo dati.

Ragionamento che ti permette di parlare di destra e di sinistra perché gli esseri umani non nascono con un partito d’adozione e prima di tutto sono individui. Individui le cui idee possono pure esser care ad una fazione o all’altra, ma comunque di idee si sta parlando. E se rispettose ed espresse vanno tutelate. E se non condivise vanno ugualmente tutelate.

Guardando le persone e non la categoria.

Ho amici di destra e di sinistra ai quali a volte affido la mia sicurezza e lo faccio a cuor leggero perché è dell’uomo che mi fido.

Posso soffrire nel sentir apostrofare il migrante come uno che ruba il lavoro, perché è processo alle intenzioni ed io sono contro persino il processo alle idee.

Ma non ti impedisco di esprimere la tua opinione.

Se accetti il confronto ne parliamo, ma se non lo fai ne esci solo un individuo che non si è confrontato. Mica una persona brutta.

L’azione magari ti qualificherebbe meglio, ma saresti sempre un individuo che compie un’azione.

Guardare ad una persona per quel che è realmente. Guardare a noi stessi per quel che siamo realmente. Cercare l’Essenza in noi e negli altri. Trovare la nostra per riconoscere quella altrui.

Lo smartphone, la macchina, la camicia e la cravatta, la casa, tanti amici, l’orologio, prima ancora che non seguirti nella tomba non ti seguono sulla tavola.

Sulla tavola basta un costume, una lycra per non segnarti d’estate, ed una muta per non congelare d’inverno. Ed un leash per recuperarla tutte le volte che vola via. Che i soldi son quelli.

Sulla tavola ci sei tu e il Mare.

Che tanto per esser chiari è cosa più grande di te. Non è di destra o di sinistra. Non gliene frega nulla delle tue idee e dei tuoi progetti. Non sa se ti compri casa o se te la sei impegnata. Se tradisci tua moglie o se odi i tuoi.

L’Essenza appunto. Tu e quel che sei davanti a lui.

Senza marche e marchi. Senza attrezzature stra-costose per identificarti. Altre categorie. Perché il sudore che ci metti è il solo che ti ripagherà, ed è uguale uguale a quello di un ragazzino in Brasile che stasera torna a casa nella sua favela. Dove magari sparano anche.

Senza marchi e senza marche.

Forse, ma non lo sapremo mai, la sola cosa che il Mare potrebbe davvero rispettare (e magari onorare con un bel set di onde) è il tuo Io più profondo. Quando sarai riuscito a spogliarlo di tutte le seghe mentali e le piccole cose che ci fanno compagnia nella vita di tutti i giorni.

Cose che per sistemare chiudiamo in  categorie che poi attacchiamo a noi ed agli altri.

Fighi quando fighi. Losers quando losers.

Ecco. Lui lo rispetterebbe se ci andassimo davanti per quel che siamo.

Ne sono quasi sicuro.

Intanto il sorriso della quattordicenne mi dice che un po’ ha capito.

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