Iviaggiconlaciabatta: Londra – il grande faticoso negozio.

 

Il grande faticoso negozio.

Questo stava diventando l’ultima volta che ci sono venuto. E tale è divenuto.

Volendo sorvolare sull’aria di perenne e sottostante tensione che regna ovunque.

Come rumore di fondo.

Che lo vedi nelle stazioni, che la gente semplicememte si sbriga. Se può non sosta. Solo la sera davanti al pub o nei giardini.

Non nelle grandi vie dello shopping. Non nella City.

Oltre a quella che ritengo, tu chiamala se vuoi, prudenza,  salta agli occhi che l’inglese di città semplicemente ha da fare. Ha sempre da fare.

E per questo ormai mangia per strada.

E quelli che anni fa erano 2 o 3 metri di espositori nei market, ora sono decine di metri di tramezzini e sandwich i cui nomi e descrizioni non sfigurerebbero in più di un ristorante. Si va dal classico salmone affumicato su letto di lattuga e mostarda al più ricercato box di falafel e salsa marocchina, pollo tandoori e noci peacan e avocado.

Ma sempre tramezzini sono.

Però, si diceva, l’inglese è sempre in transito. E quindi daje de cheescake e shortbread mono porzione, e caffè take away.

Caffè che viene sempre spillato ad una temperatura buona pure per lavorare il vetro. Che lo prendi per farci colazione e diventa tisana buona per conciliare il sonno la sera.

Grande faticoso negozio perché puoi uscire di casa completamente nudo ed potenzialmente trovarti vestito prima di svoltare l’angolo. E nel frattempo avrai anche mangiato.

Già, perché la sola attività commerciale che qui prende sicuro piede non è la pizza, come da noi, ma tutto quello che è  commestibile. Nelle sue più esoteriche declinazioni.

Sempre accompagnati fall’inseparabile bevanda calda a portar via o da uno smoothie ghiacciato.

Di frutta manco l’ombra.

Cioè… Esiste, ma patinata come mai vista prima. E si sa su certe cose l’italiano è parecchio sospettoso.

Tutto è confezionato per esser consumato altrove.

La periferia è la verità. La periferia da quarta zona è quella che ti rende la realtà della gente che a Londra ci va tutte le  mattine  a lavorare.

Una realtà fatta di quartieri mica proprio patinati. Dove la verdura è ancora sui banchi. Dove ci sono, è vero, palazzi in vetro/cemento ma anche chiavi elettroniche agli accessi e sistemi a  doppie porte chiuse che manco in banca.

E comunque le persone mi sembrano stanche.

Tutte.

Chi più e chi meno.

Come se ‘sta città stancasse. Come se ‘sta tensione alla lunga stancasse.

E nonostante questo non mi arrivano sensazioni negative o di ostilità. Anzi. Quella sorta di vivi e lascia vivere che molti anni fa mi colpì è rimasta intatta. È proprio tolleranza allo stato  puro, mi spingo a dire. In un qualche modo più genuina di quella che si può sperimentare in altre città meravigliose.

Su tutte Berlino.

Perché lì fa parte di una sorta di destinazione d’uso. Di come mi piacerebbe essere.

Scelta insomma. Anche se coerentemente portata avanti.

Qui é quasi menefreghismo. Ma ne apprezzo il risultato finale.

A me resta la sensazione di un loro momento molto difficile. Nel quale tante decisioni prese in passato stanno mostrando i segni del tempo.

Te ne accorgi da subito. Dai controlli aeroportuali. Dai body scan.

E resta comunque  una generale idea di un bel posto da vedere almeno una volta (ma sarebbe davvero poco) nella vita.

Tuttavia dopo quattro giorni comincio a esser stanco anche io.

Episodio 1 che fai pace col mondo. Ti capita mentre fai colazione davanti alla tua tazza di caffe americano, che tenti disperatamente di freddare, di assistere al netturbino che apostrofa due tizie che mettono le mani nei sacchi destinati all’Esercito della salvezza ( ente benefico che vende abiti usati donati per aiutare i bisognosi). Le caccia via. Si accorge però che restano in giro, allora chiude gli abiti in un sacco dei suoi e lo sigilla. Quando viene a riprendersi il suo carretto sotto le vetrate del Mc dove sono seduto gli sorriso e gli faccio un cenno di “ben fatto, man!”.

Lui ricambia. E tira dritto.

Episodio 2 che fai pace col mondo. In aereo prima di partire una persona disabile si imbarca. Quattro persone cedono il posto per permettere un ingresso più agile. Tutto l’aereo pazienta il tempo necessario che si aggiunge alle due ore canoniche che ormai vengono richieste. Un solo passeggero si lamenta. Si lamenta dell’attesa. Non ne capisce e non ne vuole capire il motivo. Una signora in piedi (di quelle che han ceduto il posto): “il motivo è l’essere umano”.

Questo è il motivo. Bello pulito.

E arriva.

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