“No, non siamo soli. Ma bisogna vivere in disparte per sapere che è la verità” – Henry Miller

Il post dedicato. A chi non lo dico, tanto chi deve capire capisce.

Non è mio solito, ma faccio un’eccezione perché tutti, prima o poi, ci si trova a farsi delle domande. Quel tipo di domande che spesso restano senza risposta. Che da soli può esser difficile darsene una.

Prima o poi ti capita di chiederti se hai sbagliato tutto. Se il proprio punto di vista non sia stato tutto sommato, a distanza di tempo, non così infallibile. O semplicemente può capitare uno di quei  momenti in cui il proprio giudizio, con estrema autocritica, semplicemente si accorge che nun je la fa. Che serve un parere terzo. Che forse sarebbe servito prima ma tant’è.

Certo. Rendersene conto per tempo potrebbe fare la differenza tra una grande cazzata e non farla. Potrebbe fare la differenza tra una direzione della propria vita ed un’altra completamente diversa. Ma, come penso da un bel po’ di tempo ormai, il giudizio (solitamente severo) a posteriori è sterile. E non aiuta. Per una serie di motivi.

Primo, si sta giudicando un momento passato con occhi di adesso. Altro metro, altro campo di gioco, altro sport.

Secondo, non serve a tornare indietro. Semplicemente non si può.

Inoltre, nel frattempo siamo cambiati noi. Quella scelta ci ha cambiati. E se anche il Cosmo ci ripresentasse occasioni perse nel frattempo avremo fatto i conti con la Vita.

E questa ci avrebbe cambiato. E magari in meglio.

Ma noi questo ora non siamo disposti a vederlo. A crederlo. Tanto siamo tristi e presi dalla nostra autocritica.

Autocritica che serve, ma solo in parte.

Serve a capire dove e quando un avvenimento ci ha fatto stare male. Ma solo se siamo in grado di capire il perché di quel dolore.

Una cosa non è di per sé bella o brutta. È causa di infelicità solo se non siamo in grado di darle un  significato nella nostra vita.

Se è una salita nel momento in cui non ne vediamo la fine. Quando non vediamo che di occasione si tratta per un nostro miglioramento. Per un nostro non star fermi. Per un nostro provarci almeno.

Se è discesa quando non riusciamo a relativizzarla. Se non gli diamo il giusto peso. Quando pensiamo che la nostra vita sia tutta in quella velocità, che tutto avvolge.

E quando non la condividiamo con chi invece sta salendo.

I momenti di coscienza in realtà sono dei veri e propri doni. Sono i blocchi di partenza in una gara che finora ci ha visto solo sugli spalti. Ora invece siamo d’un tratto sul tartan e dobbiamo darci da fare. E chissà quante volte ancora dovremmo farlo.

Che di rifondarsi non si finisce mai.

Ma non vinceremo finché non vorremmo farlo. Dove alla fine della gara non c’è premio. Non c’è Io meglio di Voi. La pista è vuota ed alla fine ci sono solo io felice.

Se ti pare poco.

Che di rifondarsi non si finisce mai. Di tornare indietro, a quello che ci piace di noi, e ripartire da lì. E se non lo si ricorda più, staccarsi.

Staccarsi da tutto e tutti, e nel più assoluto silenzio ascoltare gli echi di noi.

Come la luce delle stelle, che giunge a noi dopo anni luce di viaggio. Che la stella magari non c’è più.

Ma non è così, cazzo. Per me la stella c’è eccome.

E allora la stella rivive.

Così noi.

“No, non siamo soli. Ma bisogna vivere in disparte per sapere che è la verità” scriveva Henry Miller in un libro semplicemente bellissimo ed introvabile (e che conservo gelosamente, pagine staccate comprese).

Bang! Partiti! E qualunque strada possibile.

Ora una, ora l’altra. Ogni istante la Vita prende miliardi di direzioni possibili diverse. Ognuna da noi più o meno influenzabile. Alcune le possiamo vedere, altre no. Alcune le possiamo scegliere, altre le scelgono per noi. Ma se siamo coinvolti lo è il nostro mondo (amori, lavoro, famiglia, ambiente, ecc.). Ed allora quelle fanno parte della nostra Vita e come tali non siamo estranei alla loro direzione.

In buona sostanza se avviene qualcosa nella nostra vita noi c’entriamo eccome. Almeno nel trovargli il giusto posto. Dove giusto vuol dire “che ci rende felici”.

Che non è “senza dolore”.

Anche solo perché, appunto, momento di ripartenza.

Ed è tutto collegato.

Chiedo al ragazzo che sistema i lettini in spiaggia alle 8 del mattino se posso sciacquare la muta sotto l’acqua dolce della doccia. Non sono cliente. Sono arrivato presto e non ho comprato nulla. E’ impegnato, potrei farlo e basta. Non se ne accorgerebbe.

Ma lo chiedo.

Una gentilezza verso di lui e rispetto verso il suo lavoro. Lui acconsente ed io creo un legame.

Tra due mesi a fine stagione e col mare grosso, senza nessuno in giro magari guarderà in nella mia direzione e salverà il mio culo a mollo.

Ho creato un legame e l’ho fatto in quel singolo istante in cui ho scelto di chiedere. Magari tra due mesi quell’istante cambierà la mia vita e quelle delle persone che mi sono vicine.

Ora… Questo magari è un film, ma magari invece no.

Ma ricorda, nessuno è sbagliato in sé. Sbagliamo solo quando non siamo felici.

Non soli, non in compagnia, non con l’uomo/la donna giusti, non con le case e i soldi e le auto, non belli, non in salute, non con i gatti (scusa Muji) nè con i cani.

Ma solo felici.

Posso essere felice da solo con uno zaino vuoto su una montagna con la compagnia di aquile e nubi. Ed esserlo in una discoteca di Ibiza con la donna dei miei sogni, pieno di soldi ed altre duecento persone intorno.

Non uno più felice dell’altro. Quindi il Minimo Comune Denominatore è altrove. Ed è l’unica cosa comune in entrambe le situazioni.

Tu.

Tu che leggi, dopo tutta sta’ filippica… Tu puoi.

Puoi, ma cosa dipende da te.

Prenditi il tempo che vuoi. Bada, non ti sto rimproverando, ma quando avrai chiara la tua meta alzati e mettiti in cammino.

Basterà vedrai.

Basterà anche solo alzarsi.

E’ una promessa.

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